La panchina azzurra tra grandi nomi, porte sbattute e milioni di commissari tecnici
“Agosto, moglie mia non ti conosco”, recitava un vecchio modo di dire diventato nel tempo il riassunto perfetto delle tentazioni, delle distrazioni e delle improvvise dimenticanze estive.
Nel calcio italiano del 2026, però, la frase può essere tranquillamente aggiornata: “Agosto, CT mio non ti conosco”.
Perché, mentre gli italiani preparano le valigie, cercano un posto sotto l’ombrellone e discutono sul prezzo di una granita, la Nazionale continua a cercare un allenatore. O, per essere più precisi, continua a cercare qualcuno disposto ad accomodarsi su una panchina che negli ultimi tempi sembra meno una prestigiosa poltrona federale e più una sedia sistemata al centro di una commedia all’italiana.
Una di quelle pellicole anni Ottanta nelle quali tutti entravano e uscivano dalle camere, qualcuno perdeva i pantaloni, qualcun altro veniva scoperto dietro una tenda e, alla fine, nessuno riusciva più a capire chi fosse il marito, chi l’amante e chi avesse prenotato l’albergo.
Il titolo potrebbe essere “La Federazione in vacanza e l’allenatore in città”.
La trama, del resto, non manca.
Prima il sogno Guardiola, l’uomo capace di trasformare il possesso del pallone in una filosofia esistenziale. Un nome talmente importante che, per qualche giorno, molti avevano già iniziato a immaginare l’Italia giocare con il portiere sulla linea di centrocampo, nove centrocampisti e il pallone custodito in cassaforte.
Guardiola, però, ha preferito restare lontano dalla panchina. E forse, osservando ciò che è accaduto dopo, avrà pensato che il vero “falso nueve” fosse il progetto federale.
Poi, sull’altare sacrificale, è arrivato Andrea Pirlo.
Il “Maestro” sembrava pronto a prendere la bacchetta e dirigere l’orchestra azzurra. Mancavano soltanto gli ultimi dettagli, quelli che nel calcio vengono sempre descritti come formalità e che, puntualmente, finiscono per diventare montagne.
Sul possibile incarico si è abbattuta la polemica relativa ai suoi rapporti commerciali con una società russa di scommesse. Pirlo ha chiarito la natura professionale e non politica dell’accordo, ma la candidatura è ugualmente tramontata.
Un autentico caso da film: “Sapore di mare, odore di Russia”.
Con un finale, però, tutt’altro che leggero. Perché insieme alla candidatura di Pirlo sono caduti anche Paolo Maldini e Leonardo, dimessisi dopo appena sedici giorni dall’inizio della loro esperienza federale.
Sedici giorni.
Meno di una vacanza organizzata, più di certi matrimoni estivi e sufficienti, nel calcio italiano, per annunciare una rivoluzione, presentare un progetto decennale e smontarlo prima ancora che venga consegnato il libretto delle istruzioni.
Adesso restano soprattutto Roberto Mancini e Antonio Conte.
Il primo sarebbe un ritorno. E già questo basterebbe a risvegliare il grande dibattito nazionale.
Mancini è l’uomo dell’Europeo vinto, delle notti magiche, della squadra che seppe riconquistare un Paese. Ma è anche l’allenatore dell’addio improvviso e della successiva esperienza in Arabia Saudita. Per alcuni sarebbe il figliol prodigo. Per altri il protagonista di “Ricomincio da capo”, anche se il film è degli anni Novanta e il calcio italiano, quanto a ripetizioni, non ha mai rispettato rigidamente le epoche cinematografiche.
Antonio Conte, invece, rappresenterebbe la scelta muscolare. Quella dell’uomo che arriva, chiude le finestre, alza la voce, stabilisce le regole e pretende che tutti corrano, possibilmente anche i dirigenti.
Conte non prometterebbe necessariamente il bel gioco da cartolina, ma garantirebbe lavoro, intensità e probabilmente qualche conferenza stampa capace di mettere sull’attenti anche le sedie della sala.
Il problema è che, mentre la Federazione riflette, l’Italia ha già scelto.
Non il commissario tecnico ufficiale, naturalmente. Quello ancora manca.
Ha scelto milioni di commissari tecnici autonominati.
Nel nostro Paese, infatti, il titolo di allenatore della Nazionale non viene assegnato soltanto a Coverciano. Si ottiene automaticamente al raggiungimento della maggiore età, insieme alla tessera elettorale e alla facoltà di criticare le convocazioni.
Ogni italiano possiede un proprio modulo, una propria formazione e almeno tre calciatori che “andavano portati per forza”. Sa chi deve giocare, chi deve restare a casa, chi è sopravvalutato e chi sarebbe un fenomeno se soltanto l’allenatore lo facesse giocare nel suo vero ruolo.
Al bar si invoca il 4-3-3.
Sui social si pretende il 3-5-2.
Dal divano qualcuno propone il 4-2-3-1, ma soltanto dopo aver verificato che la cena sia pronta.
C’è chi vuole l’esperienza, chi invoca i giovani, chi pretende il gioco offensivo e chi, al primo contropiede subito, domanda immediatamente un mediano di rottura, due marcatori vecchio stampo e il ritorno del libero.
Siamo il Paese nel quale ogni cittadino è contemporaneamente allenatore, direttore sportivo, preparatore atletico, psicologo, esperto di bilanci federali e conoscitore dei contratti internazionali.
Il tutto senza mai interrompere le ferie.
La comicità della situazione, però, non deve nascondere la serietà del problema.
La Nazionale arriva da una fase storica estremamente difficile. Dopo l’ennesima mancata qualificazione mondiale, non servirebbe soltanto individuare un allenatore. Occorrerebbe scegliere una direzione, stabilire competenze precise e costruire un progetto capace di andare oltre il nome scritto sulla porta dell’ufficio.
Un commissario tecnico, per quanto bravo, non può risolvere da solo la crisi del movimento, la difficoltà nel valorizzare i giovani, la riduzione degli spazi per i calciatori italiani e l’assenza di continuità nelle decisioni.
La panchina è importante, ma non può diventare il telo con il quale coprire tutto ciò che non funziona.
Mancini, Conte, Thiago Motta o un altro nome ancora: il prossimo allenatore dovrà essere scelto per una reale condivisione tecnica, non per placare l’opinione pubblica durante una settimana particolarmente rumorosa.
Dovrà possedere autorevolezza, idee e soprattutto la forza necessaria per non farsi travolgere dal primo pareggio, dalla prima convocazione contestata o dalla prima sostituzione giudicata incomprensibile dal tribunale permanente dei social network.
È il destino della panchina azzurra.
Affascinante, prestigiosa, desiderata e terribilmente scomoda.
Ad agosto, dunque, potremo anche fingere di non conoscere la fidanza o la moglie. Ma il prossimo commissario tecnico lo conosceremo tutti benissimo ancora prima che venga nominato.
Sapremo già come dovrà giocare, chi dovrà convocare e persino in quale minuto dovrà effettuare le sostituzioni.
L’unico a non sapere ancora chi sarà, almeno per il momento, sembra proprio il calcio italiano.
E allora non resta che attendere il prossimo episodio.
Titolo provvisorio: “Il CT, l’azzurro e l’ombrellone”.
Genere: commedia federale.
Finale: ancora da scrivere.
Fuori dal cast: Silvio Baldini
