Dalla valorizzazione del talento italiano alla semplificazione per i dilettanti, passando per infrastrutture, sostenibilità economica e competitività delle Nazionali. Questa la rotta tracciata dal nuovo presidente federale. Ma le sfide non mancano.
Con l’elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC si apre una fase nuova per il calcio italiano. Una fase che sembra nascere dentro una parola chiave: ricomposizione.
Il programma presentato dall’ex presidente del CONI non sembra essere o promettere una rivoluzione urlata, ma una Federazione chiamata a tornare casa comune del sistema, capace di parlare alla Serie A e fino alla Lega Nazionale Dilettanti, di tutelare le Nazionali senza perdere di vista i campi di provincia, di imporre regole senza trasformarsi in un apparato distante dalle società.
L’impianto del documento ha una impronta chiara: sostenibilità, competitività delle Nazionali, giovani, infrastrutture, integrità, trasparenza e unità. La FIGC immaginata da Malagò non dovrebbe essere soltanto un organismo regolatore, ma una piattaforma di servizio. In altri termini: meno adempimenti, più strumenti digitali, più supporto ai club, più capacità di fare sintesi tra componenti spesso divise da interessi differenti. Il punto forte è quello dei giovani. Il programma individua nella dispersione del talento italiano una delle grandi malattie del nostro calcio. Non mancano i ragazzi bravi, manca spesso il passaggio verso il calcio adulto. La proposta è costruire una filiera vera, dalla scuola calcio alla prima squadra. Altro capitolo che non bisogna sottovalutare è quello degli stadi. Qui il programma tocca una ferita aperta: l’Italia ha impianti vecchi, poco redditizi e spesso inadatti a una moderna esperienza sportiva. Senza stadi nuovi o riqualificati, la Serie A fatica a competere economicamente con i maggiori campionati europei.
Attenzione che desta interesse quella rivolta alla LND. Il dilettantismo non viene trattato come semplice periferia del calcio, ma come base sociale del movimento. Si parla di sportello unico digitale, riduzione della burocrazia, tutela del volontariato e riconoscimento del ruolo educativo delle società.
Tra i pro del programma c’è la visione complessiva del sistema calcio. Tra i possibili contro emerge il rischio che alcuni obiettivi restino generici senza una precisa definizione di tempi, risorse e responsabilità.
Il calcio italiano non ha più bisogno soltanto di programmi: ha bisogno di attuazione. Il vero giudizio sull’era Malagò arriverà dalla capacità di trasformare le parole in risultati concreti per società, tesserati e tifosi.
Riepilogando
Positività: Centralità dei giovani e della formazione. Semplificazione burocratica per la LND. Piano nazionale per infrastrutture e stadi. Maggiore integrazione tra professionismo e dilettantismo. Valorizzazione del calcio femminile e paralimpico. Obiettivi misurabili e rendicontazione annuale.
Incertezze: Molte proposte richiedono importanti risorse economiche. Tempi di realizzazione non ancora definiti. Necessità di accordi con Governo e istituzioni locali. Rischio di resistenze interne tra le varie componenti federali. Difficoltà nel garantire più spazio ai giovani italiani nei campionati professionistici.
Pensiero personale:
"Il programma di Giovanni Malagò sembra affrontare quasi tutte le criticità del calcio italiano, dalla Serie A ai campi di periferia. La diagnosi pare possa essere quella corretta. Resta da verificare se la terapia sarà efficace per come si spera. Il calcio italiano non ha bisogno di nuove promesse; il calcio italiano ha bisogno di risultati. E il tempo delle verifiche, questa volta, inizierà subito."

