Ogni estate, puntuale come il calcio d'inizio della nuova stagione, torna uno dei dibattiti più accesi del calcio dilettantistico: l'obbligo di impiegare i giovani.
Per la stagione sportiva 2026/2027 il Comitato Regionale Calabria della LND, recependo le direttive federali, ha confermato che nei campionati di Eccellenza e Promozione dovrà essere sempre presente in campo un calciatore nato dal 1° gennaio 2007 e uno nato dal 1° gennaio 2008, sin dall'inizio della gara e per tutta la sua durata, comprese le sostituzioni, salvo le eccezioni previste dalla normativa (espulsioni o infortuni quando siano già terminate le sostituzioni disponibili).
Una regola che, come ogni anno, divide.
Da una parte c'è chi la considera un'imposizione artificiale. Secondo questa corrente di pensiero, il giovane davvero bravo giocherebbe comunque, senza bisogno di alcun obbligo regolamentare. Il talento, sostengono, non ha bisogno di essere protetto da una norma.
Una tesi che, almeno in linea teorica, appare condivisibile.
Ma è davvero così semplice?
Forse il problema va affrontato partendo da una domanda diversa: i ragazzi di oggi vivono il calcio con la stessa fame di venti o trent'anni fa?
La risposta, probabilmente, è no.
Non è una critica alle nuove generazioni. È semplicemente la fotografia di una società profondamente cambiata.
Una volta il pallone era il centro del pomeriggio. Si usciva di casa con un solo obiettivo: trovare un campetto, due porte improvvisate e giocare fino al tramonto. Si imparava il calcio consumando scarpe, ginocchia e palloni.
Oggi il mondo è diverso.
I social network hanno trasformato il modo di vivere ogni esperienza, compreso lo sport. Si seguono le grandi stelle, se ne imitano le esultanze, le acconciature, i tatuaggi, l'abbigliamento e perfino il linguaggio.
A volte si arriva persino al paradosso.
Ragazzi che devono ancora dimostrare tutto parlano già di procuratori, consulenti e trattative. Non è raro vedere giovani calciatori affidarsi a figure che si presentano come agenti, che non sempre sono regolarmente iscritti negli albi previsti dalla normativa sportiva. Il contratto diventa quasi più importante dell'allenamento.
È il calcio delle apparenze. Molta immagine. Poca sostanza.
Naturalmente esistono splendide eccezioni: ragazzi seri, umili, disposti al sacrificio, che fanno del lavoro quotidiano la propria forza. Sono loro il volto migliore del nostro calcio. Ma sarebbe difficile negare che, nel complesso, qualcosa sia cambiato rispetto al passato.
Ed è proprio qui che la regola degli under potrebbe assumere una prospettiva diversa.
Non serve soltanto a premiare il talento.
Serve, soprattutto, affinché le società imparino ad investire, a guardare con continuità al proprio settore giovanile, ad avere il coraggio di dare minuti a ragazzi che, senza quell'obbligo, forse rimarrebbero troppo spesso seduti in panchina dietro a calciatori più esperti.
Perché il “talento” lo si fa crescere facendolo giocare.
C'è poi un altro aspetto che merita una riflessione.
Quanti giovani, terminata l'età delle quote, riescono davvero a consolidarsi nelle categorie regionali?
La risposta, purtroppo, è meno incoraggiante di quanto si vorrebbe.
Ogni anno molti ragazzi, una volta superata l'età prevista dagli obblighi, scompaiono dai campionati maggiori. Alcuni scendono di categoria, altri smettono del tutto, altri ancora continuano, semplicemente, per divertimento, senza più coltivare ambizioni sportive.
È un fenomeno che dovrebbe far riflettere.
Forse il problema non è la regola, probabilmente è ciò che (non) accade prima.
La formazione tecnica, caratteriale, l'educazione al sacrificio.
La capacità di insegnare che il calcio non è soltanto una foto da pubblicare, ma migliaia di allenamenti fatti nel silenzio, quando nessuno guarda.
L'obbligo degli under, da solo, non costruirà il futuro del calcio, anche di quello calabrese.
Eliminarlo senza aver prima ricostruito quella cultura del lavoro e della passione rischierebbe di togliere opportunità proprio a quei ragazzi che, magari, hanno soltanto bisogno di una possibilità per dimostrare il proprio valore.
Il vero obiettivo, allora, non dovrebbe essere discutere se mantenere o abolire una quota.
La domanda da porsi è un'altra.
Come possiamo far sì che quei ragazzi continuino a giocare anche quando non saranno più "quote", ma semplicemente calciatori?
Perché il giorno in cui non avremo più bisogno di una norma per vedere i giovani protagonisti significherà che avremo finalmente ricostruito quella cultura calcistica fatta di passione, sacrificio e autentica "fame" di calcio che, per troppo tempo, sembra essersi affievolita.

