Tra meno di un mese il pallone mondiale ricomincerà a rotolare.
Ma, ancora una volta, lo farà senza l’Italia. Senza i ns. azzurri. Terza assenza consecutiva: 2018, 2022, 2026. L’ultima ferita porta il nome della Bosnia, lo spareggio perso ai rigori dopo l’illusione iniziale, l’espulsione di Bastoni, il pareggio subito e l’ennesima notte azzurra trasformata in processo nazionale.
Da tifoso, viene da dire che fa male. Da addetto ai lavori, invece, viene da aggiungere che non può più bastare il dolore. Il dolore passa, le cause restano.
Si è detto di tutto: troppi stranieri, pochi giovani, scuole calcio trasformate in parcheggi del sogno, procuratori più influenti dei maestri di tecnica, vivai svuotati, club prigionieri del risultato immediato. Tutto vero, forse. Ma anche tutto comodo, se usato come alibi collettivo.
Ci si domanda se il problema non è lo straniero che gioca in Serie A. Il problema è l’italiano che non viene formato, non viene aspettato, non viene corretto, non viene educato alla fatica tecnica prima ancora che tattica.
La Spagna e la Germania, dopo le loro cadute, hanno avuto il coraggio di riscrivere metodi, scuole, strutture e mentalità. Noi, troppo spesso, abbiamo preferito riscrivere comunicati.
Ora arriva l’elezione federale del 22 giugno. I nomi a candidato Presidente sono quelli di Giancarlo Abete e Giovanni Malagò, con, sulla carta, il primo vicino al mondo dilettantistico ed il secondo più vicino ai professionisti, ai calciatori, agli allenatori. Ma la domanda vera non è chi vincerà. La domanda vera è: vincerà qualcosa di nuovo?
Perché se il calcio italiano pensa di salvarsi scegliendo soltanto quale blocco di potere debba sedersi al vertice, allora non ha capito la lezione. Non serve un presidente che amministri la sconfitta. Serve qualcuno che abbia il coraggio di “disturbare” il sistema.
E qui nasce il paradosso. Abbiamo avuto, senza volere fare i soliti nomi, uomini che conoscono il campo, la maglia, lo spogliatoio, la pressione, il talento, la sconfitta. Eppure, sembrano figure da chiamare dopo, magari come ornamento tecnico, come volto nobile da mettere accanto a una squadra già decisa altrove. Ma il calcio non si rifonda con le figurine, stile Panini, in copertina. Si rifonda dando potere alle competenze reali.
Il dilettantismo, poi, non può essere ricordato solo quando serve per farlo pesare in assemblea.
È lì che nasce la maggior parte dei ragazzi. È lì che il bambino impara se il pallone è libertà o selezione precoce, se l’allenatore è educatore o venditore di illusioni, se la società sportiva è comunità o solo anticamera di una promessa mai mantenuta.
Perché quando si è dilettante ci si può permettere di sognare perché si è liberi di esprimersi, quando si è professionista si vive di regole.
La Serie A, nelle sue componenti, dal canto suo, non può dare giocatori ad una Nazionale che sia forte mentre ragiona quasi esclusivamente da azienda privata.
È legittimo comprare il talento dove costa meno o rende di più. Ma, allora non ci si sorprenda se, alla fine, la maglia azzurra diventa un prodotto senza filiera.
Il punto non è vietare.
Il punto è costruire. Con sacrificio e pazienza.
Incentivare seriamente chi forma.
Premiare chi fa giocare giovani italiani non per obbligo regolamentare, ma per convinzione tecnica. Rimettere la tecnica individuale al centro.
Formare allenatori di base prima ancora che guru della lavagna. Rendere le scuole calcio luoghi di crescita e non luoghi per favorire, spesso illudendo i ragazzi, una slot-machine da introito a breve.
Le affiliazioni ai club professionistici dovrebbero esserci solo da un punto di vista tecnico e non per lucro.
Occorre collegare settore giovanile, dilettanti, professionismo e Nazionale con una linea comune.
Da tifoso, vorrei tornare a emozionarmi all’inno di Mameli che echeggia ad un Mondiale.
Da uomo di sport, vorrei prima vedere un calcio italiano capace di meritarselo.
Perché il problema, oggi, non è solo che l’Italia non va al Mondiale. Il problema è non sapere più da dove ripartire e non avere idee chiare in tal senso.
E allora, più che scegliere tra l’uno o l’altro candidato, il calcio italiano dovrebbe scegliere tra conservazione e coraggio. Tra gestione dell’esistente e rottura intelligente. Tra il solito compromesso e una rivoluzione finalmente ordinata.
Il Mondiale comincerà senza di noi, con ironicamente quel ritornello di una famosa canzone di Renato Carosone che suona come una sentenza: Tu vuo' fa' l'americano, 'mericano, mericano, ma si' nato in Italy…
Ma, la partita più importante, del nostro mondiale, non si giocherà sul prato verde, bensì nelle stanze dove si decide il futuro del calcio italiano.
Quando si spegneranno i riflettori, finiranno le frasi di circostanza e resterà una sola domanda da affrontare senza alibi; questa esclusione sarà l’ennesima ferita destinata a essere dimenticata oppure l’urto definitivo capace di costringere il sistema a guardarsi davvero allo specchio?

