Nel calcio dilettantistico non si vince soltanto la domenica. Si vince anche durante la settimana, davanti a una scrivania, quando si registrano correttamente i compensi ai lavoratori sportivi, gli incassi dagli sponsor, i pagamenti ai fornitori, si controllano i contratti, si verificano le mansioni, si conservano ricevute, verbali, quietanze, comunicazioni al RAS e documenti fiscali.
È il calcio delle scartoffie. Quello meno romantico, meno applaudito, meno raccontato. Eppure, oggi, per una ASD o una SSD, è diventato importante quasi quanto una partita preparata bene dal punto di vista tattico.
La recente sentenza n. 9937/2026 della Corte di Cassazione ha attivato un alert su un principio che i dirigenti sportivi non possono più permettersi di ignorare: la gestione fiscale e amministrativa di una associazione non è un dettaglio secondario, ma un terreno sul quale possono maturare responsabilità pesanti, anche personali. In particolare, nelle associazioni non riconosciute, chi assume ruoli gestionali o rappresentativi può essere chiamato a rispondere delle obbligazioni fiscali dell’ente, soprattutto quando la gestione non è ordinata, trasparente e documentabile.
La riforma del lavoro sportivo ha cambiato definitivamente il modo di amministrare le società dilettantistiche. Non basta più dire “è un collaboratore”, “è un volontario”, “è un rimborso”, “è un premio”, “è una mano data alla società”. Ogni rapporto deve avere una natura precisa. Ogni compenso deve essere inquadrato correttamente. Ogni mansione deve essere coerente con quelle previste dalla normativa e dai mansionari pubblicati. Ogni pagamento deve trovare la propria giustificazione.
Il campo resta il cuore pulsante dello sport, ma la segreteria è diventata il suo sistema nervoso. Una distinta sbagliata può far perdere una gara; una gestione fiscale sbagliata può far perdere molto di più: agevolazioni, contributi, serenità gestionale, credibilità e, nei casi peggiori, patrimonio personale dei dirigenti.
Le ASD e le SSD vivono spesso grazie alla passione di pochi volontari, presidenti, segretari e dirigenti che sacrificano tempo, energie e risorse. Ma la buona fede, da sola, non basta più. Il dilettantismo sportivo non può essere confuso con il dilettantismo amministrativo. Oggi una società deve sapere chi paga, perché paga, quanto paga, con quale causale, con quale contratto, con quale comunicazione e con quale copertura fiscale e contributiva.
I rischi di una gestione approssimativa sono molteplici. Si può andare incontro al disconoscimento delle agevolazioni fiscali, alla riqualificazione dei compensi, al recupero di imposte e contributi, all’applicazione di sanzioni, alla contestazione dei rimborsi spese non documentati, fino alla responsabilità personale di chi ha agito in nome e per conto dell’associazione. A ciò si aggiungono i rischi legati alla sicurezza sul lavoro, alla corretta tenuta dei libri sociali, alla tracciabilità dei pagamenti, alla coerenza tra statuto, attività effettivamente svolta e iscrizione al Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche.
Il nuovo calcio dilettantistico richiede quindi una doppia competenza: quella tecnica e quella amministrativa. Serve l’allenatore che legge la partita, ma serve anche il dirigente che legge una norma. Serve chi sa scegliere un modulo, ma anche chi sa scegliere il corretto inquadramento di un collaboratore. Serve chi prepara una finale, ma anche chi prepara una documentazione capace di resistere a un controllo.
In questo scenario, il commercialista non è più una figura esterna da chiamare solo quando arriva un avviso o una scadenza. Diventa parte della squadra. Non scende in campo, ma contribuisce a evitare autogol gestionali. Aiuta a costruire procedure, a prevenire errori, a distinguere tra lavoro sportivo, volontariato, collaborazione amministrativo-gestionale e rimborso spese. Traduce la norma in prassi quotidiana.
Il calcio delle scartoffie non farà esultare una tribuna, ma può salvare una stagione. Una società ordinata nei documenti è più forte, più credibile, più tutelata. Può programmare, chiedere contributi, affrontare controlli, stipulare rapporti chiari con tecnici, atleti e collaboratori. Può guardare al futuro senza vivere con la paura che una carta mancante diventi un problema insormontabile.
Oggi vincere non significa soltanto segnare un gol al novantesimo. Significa anche non sbagliare una comunicazione, non pagare in modo irregolare, non confondere un rimborso con un compenso, non affidarsi al “si è sempre fatto così”.
Perché nello sport moderno, anche dilettantistico, la partita della regolarità si gioca ogni giorno. E chi la sottovaluta rischia di perdere a tavolino la gara più importante: quella della sostenibilità e della sopravvivenza della propria società.

