A calcio si può giocare senza il centravanti più forte, si può fare a meno, per una domenica, del portiere titolare così come si può scendere in campo con qualche assenza importante, cambiare modulo o per una volta inventarsi una formazione.
Tuttavia, senza arbitro una partita di calcio, semplicemente, non può cominciare.
È forse da questa considerazione, tanto elementare quanto spesso dimenticata, che bisognerebbe partire ogni volta che parliamo del mondo arbitrale. Perché l’uomo o la donna con il fischietto non sono un corpo estraneo alla partita, loro sono parte della partita, esattamente come i calciatori, gli allenatori e tutti coloro che contribuiscono affinché la sfida sportiva tra le squadre possa esserci.
Per poter indossare una divisa arbitrale serve preparazione, bisogna partecipare agli allenamenti, seguire le riunioni tecniche, c’è studio del regolamento, e poi ci sono i sacrifici e i chilometri percorsi ogni fine settimana, solo per passione e per amore dello sport.
Va fatto un plauso ai giovani che scelgono una strada difficile, perché arbitrare significa imparare molto presto ad assumersi responsabilità e prendere decisioni in pochi istanti, sapendo che ognuna di quelle decisioni potrà essere contestata da qualcuno.
L’infallibilità, la pretendiamo spesso dall’arbitro ed è un qualcosa che non chiediamo a nessun altro protagonista del calcio.
Se ci fermiamo un attimo sappiamo che un attaccante può sbagliare un gol davanti alla porta, un centrocampista può perdere un pallone decisivo e un difensore può perdere una marcatura così come un portiere può commettere una papera che costa una partita. A loro, i tifosi non chiedono l’infallibilità.
Fa parte del gioco; invece, quando sbaglia l’arbitro quell’errore rischia immediatamente di diventare il centro di tutto.
È una contraddizione che il calcio dovrebbe imparare a superare.
Perché anche l’arbitro vede l’azione una sola volta, in movimento, da una determinata posizione e con frazioni di secondi a disposizione per decidere. E questo concetto assume ancora maggiore importanza nel calcio dilettantistico, dove arbitri e assistenti operano senza quella rete tecnologica alla quale il grande calcio ci ha ormai abituati.
Niente VAR. Niente replay da rivedere da diverse angolazioni. Niente immagini rallentate fotogramma per fotogramma.
Solo occhi, preparazione, esperienza, capacità di movimento, intuito e decisione.
Chi osserva una partita dalla tribuna oppure davanti a un filmato può analizzare un episodio più volte. L’arbitro deve invece decidere mentre l’azione continua.
Una decisione arbitrale la si può discutere, la critica fa parte del calcio ed è legittima, soprattutto quando resta tecnica e rispettosa.
L’insulto, la delegittimazione sistematica e quella cultura secondo la quale ogni decisione sfavorevole debba necessariamente nascondere incapacità, malafede o secondi fini alla fine non fanno bene al calcio.
Il rispetto dovrebbe cominciare proprio dalla capacità di riconoscere che errore e malafede sono due concetti profondamente diversi.
In Calabria il mondo arbitrale ha una presenza importante e capillare.
Secondo i dati ufficiali dell’Associazione Italiana Arbitri, la regione conta 11 Sezioni e 1.540 associati, pari al 4,69% dell’intera consistenza associativa nazionale. Le Sezioni sono quelle di Catanzaro, Cosenza, Crotone, Lamezia Terme, Locri, Paola, Reggio Calabria, Rossano, Soverato, Taurianova e Vibo Valentia.
Una rete che racconta quanto sia radicata sul territorio calabrese la cultura arbitrale.
Dietro ogni designazione dei campionati regionali c’è quindi un sistema fatto di Sezioni, dirigenti, osservatori, preparatori, referenti tecnici e soprattutto arbitri e assistenti che ogni settimana permettono al calcio dilettantistico di andare avanti.
Il Comitato Regionale Arbitri della Calabria coordina questa attività attraverso una struttura che coinvolge rappresentanti provenienti dalle diverse realtà territoriali della regione.
Ed è proprio nei dilettanti che il valore di questo servizio dovrebbe essere compreso ancora meglio.
Si arbitra su campi diversi tra loro, davanti a tifosi spesso molto vicini al terreno di gioco, gestendo partite nelle quali agonismo, campanilismo e importanza della classifica possono rendere ogni decisione particolarmente delicata.
Un fuorigioco valutato in pochi centimetri, un contatto in area, un fallo al limite, un pallone oltre la linea sono episodi che dall’esterno sembrano semplicissimi da valutare ma che sul terreno di gioco devono essere giudicati in una frazione di secondo.
Arbitri e assistenti possono sbagliare esattamente come capita ai calciatori o agli allenatori.
La differenza dovrebbe stare nella capacità dei tifosi di accettarlo.
Protestare per una decisione può scaturire dalla tensione agonistica ed è anche naturale comprenderlo ma trasformare chi arbitra in un bersaglio permanente significa invece dimenticare i valori dello sport.
Bisognerebbe ricordarlo soprattutto quando a dirigere una partita c’è un giovane arbitro.
Dietro quella divisa potrebbe esserci un ragazzo o una ragazza alle prime esperienze, chiamato a gestire se non uomini adulti ragazzi più grandi della propria età, panchine, dirigenti e far sì che i tifosi non divengano degli scalmanati.
A questi giovani viene chiesta personalità ma la personalità la si forma dentro un ambiente capace di rispettare.
Gli arbitri non sono avversari o peggio ancora dei nemici, non appartengono alla squadra che vince né a quella che perde. Sono coloro che provano a garantire che una partita possa svolgersi secondo le regole.
A fine gara si può discutere di un rigore dato o dato, di un fuorigioco che c’era o meno o di un cartellino che forse andava o non andava sventolato. Potremo sostenere che una decisione fosse corretta oppure sbagliata.
Di una cosa dobbiamo avere contezza. Di quella linea che nessuno deve superare ed è quella del rispetto.
Perché un calcio senza errori difficilmente lo si vedrà.
Un calcio senza arbitri, invece, non potrebbe neppure esistere.

