La stagione sportiva 2025/2026 è andata in archivio, ma nella provincia di Reggio Calabria il pallone continua a rimbalzare contro un muro ben più duro di qualsiasi avversario: quello dell’agibilità degli impianti sportivi.
Il problema, esploso nel corso dell’annata appena conclusasi con provvedimenti, verifiche e limitazioni all’accesso del pubblico, rischia adesso di produrre effetti ancora più pesanti in vista della prossima stagione. Perché una cosa è giocare una gara con accessi contingentati, un’altra è programmare un intero campionato senza sapere se il proprio campo potrà accogliere pubblico, sponsor, famiglie, tifosi e sostenitori.
Il nodo è noto. La Prefettura di Reggio Calabria, già nel corso del 2025, aveva richiamato i Comuni alla necessità di verificare le condizioni di agibilità degli impianti sportivi, evidenziando come le gare in strutture prive della necessaria autorizzazione della competente commissione non potessero continuare a disputarsi a porte aperte per ragioni di pubblica sicurezza. In quella fase era stata anche segnalata la necessità di superare prassi emergenziali o derogatorie non più sostenibili sul piano amministrativo.
Il risultato pratico, per molte società dilettantistiche, è stato pesantissimo: ingressi ridotti, in alcuni casi tetti molto bassi di presenze, fino alle porte chiuse. Tradotto in termini economici significa mancati incassi, minore appeal per gli sponsor, difficoltà nella gestione delle spese ordinarie e impossibilità di continuare la stagione con i progetti tecnici ambiziosi di inizio campionato.
Ecco perché, a stagione conclusa, il rischio non è solo sportivo ma sistemico. Diverse società potrebbero interrogarsi sulla convenienza dell’iscrizione ai prossimi campionati, oppure scegliere una linea di forte ridimensionamento: meno investimenti, rose meno competitive, programmi tecnici rivisti al ribasso. Non per mancanza di passione, ma per semplice impossibilità di sostenere costi certi davanti a ricavi incerti.
La Regione Calabria, dal canto suo, si è mossa avviando una manifestazione d’interesse rivolta ai Comuni per una ricognizione del fabbisogno finanziario in materia di impiantistica sportiva. L’obiettivo dichiarato è conoscere le necessità dei territori per potenziamento, ampliamento o messa a norma degli impianti esistenti, in vista della redazione di un Piano per l’impiantistica sportiva.
L’avviso regionale prevede due direttrici: da un lato il potenziamento o ampliamento degli impianti, comprese vie d’accesso, parcheggi e strutture accessorie; dall’altro la messa a norma degli impianti sportivi. Ogni Comune può optare per una sola tipologia di intervento.
Il tema, però, è il tempo. I campionati non attendono i tempi della burocrazia, dei progetti, dei finanziamenti e degli appalti. La prossima stagione si programma adesso: iscrizioni, allenatori, calciatori, under, sponsor, abbonamenti, gestione degli impianti. Se le risposte arriveranno tardi, molte società rischieranno di trovarsi davanti a un bivio: iscriversi senza certezze o fermarsi.
In questo scenario la Lega Nazionale Dilettanti Calabria, da sola, può fare poco sul piano strutturale. Non può sostituirsi ai Comuni, né alla Prefettura, né agli enti proprietari degli impianti. Può però prendere atto dell’eccezionalità della situazione e valutare misure di accompagnamento: riduzione degli importi di iscrizione, maggiore elasticità nei termini di pagamento mediante ampliamento della rateizzazione oggi limitata, o comunque strumenti che consentano alle società di non essere schiacciate prima ancora del calcio d’inizio.
Sul piano nazionale, intanto, si inserisce anche l’Avviso “Sport e Periferie 2026”, con 100 milioni di euro destinati ai Comuni: 30 milioni per nuovi impianti e 70 milioni per rigenerazione, recupero e messa in sicurezza di strutture esistenti. Le domande saranno presentabili dal 4 al 25 giugno 2026.
È una possibilità importante, ma non può diventare un alibi. Perché il calcio dilettantistico vive di presente, di domeniche, di piccoli incassi, di volontariato, di passione e di comunità. Un campo chiuso non è solo un cancello sbarrato: è una tribuna vuota, un paese privato del suo rito, una società lasciata sola a fare i conti con numeri che non tornano.
La sicurezza viene prima di tutto, e nessuno può metterlo in discussione. Ma proprio perché la sicurezza è un dovere, non può essere affrontata come un’emergenza permanente. Servono tempi certi, responsabilità chiare e interventi concreti.
Altrimenti il rischio è che, dopo aver chiuso i cancelli degli stadi, si finisca per chiudere anche le speranze di tante società. E a quel punto non sarà più soltanto un problema di agibilità: sarà il segnale di un intero movimento lasciato senza campo, senza pubblico e senza futuro.
Perché il calcio non deve appartenere alla burocrazia ma a chi lo ama.
copertina realizzata con supporto IA

