Dalle quattro stelle alle stalle: un disastro annunciato. Resoconto e proposte
Dalle quattro stelle alle stalle: un disastro annunciato. Resoconto e proposte

Già in tempi non sospetti, dopo un Europeo modesto, un allarme era stato lanciato con la consapevolezza che la nostra dimensione difficilmente ci avrebbe riportato ai vertici del movimento. Oggi, a distanza di dieci anni, quell’allarme non solo era fondato: è diventato realtà. Una realtà che ha il sapore amaro dell’abitudine.

Per la terza volta consecutiva l’Italia resta fuori dal Mondiale. E allora forse è il caso di smettere di rifugiarsi nei ricordi e nelle quattro stelle cucite sul petto: dalle stelle siamo finiti in una stalla, resa solo apparentemente più comoda da un Europeo vinto che, col senno di poi, sembra più un episodio che un punto di ripartenza.

Chi conosce il calcio sa che non è una sorpresa. È un sistema chiuso, autoreferenziale, incapace di mettersi davvero in discussione. Le mancate dimissioni di Gabriele Gravina (arriveranno in giornata?) e certe uscite infelici, del presidente FIGC, sugli altri sport rappresentano uno schiaffo a chi lo sport lo ama e lo pratica. Così come lascia perplessi l’idea di un avvicendamento “pilotato”, con il ritorno di Giancarlo Abete, oggi alla guida della LND, che ricordiamo essere il settore numericamente più rilevante. Del dilettantismo, in particolare quello calabrese, parleremo in futuro.

La soluzione? Forse la più semplice, eppure la più ignorata: restituire il calcio a chi lo conosce davvero. Figure come Damiano Tommasi o Angelo Peruzzi potrebbero rappresentare un ponte tra campo e istituzioni. E sul piano tecnico, nomi come Paolo Maldini e Roberto Baggio garantirebbero competenza, credibilità e una visione condivisa. Uomini che uniscono, in un sistema che da troppo tempo divide.

Poi si potrebbe discutere delle scelte tecniche degli ultimi anni, dei commissari tecnici, delle idee mai davvero sviluppate. Ma tutto si ridimensiona davanti a un dato: Carlo Ancelotti oggi guida la nazionale brasiliana. E già questo, da solo, dovrebbe bastare a far riflettere su come siamo ridotti.

Ma la politica, da sola, non basta. Il problema è anche - e soprattutto - strutturale.

“Perché al pallone non gioca più nessuno?” La risposta è semplice: perché mancano i luoghi e le condizioni per farlo. In Italia costruire un centro sportivo è un percorso ad ostacoli tra burocrazia e contraddizioni politiche. Eppure è da lì che si riparte. Senza strutture moderne e accessibili, parlare di crescita è solo retorica al pari della nostalgia del pallone di pezza per strada.

A questo si aggiunge un altro nodo: la competenza. Oggi proliferano scuole calcio con tecnici che tecnici non sono. Allenare non può essere un ripiego né una scorciatoia. Deve essere una responsabilità. Il percorso formativo di un ragazzo non si esaurisce in novanta minuti, e le famiglie dovrebbero accompagnarlo, non soffocarlo (qui intervista Oliver Bierhoff sulla rinascita in Germania).

Poi c’è il tema dei giovani. Se ne parla sempre, si investe poco. Nei dilettanti il dibattito sugli “under” è eterno, ma il punto è un altro: le risorse destinate ai giovani dovrebbero essere vincolate ai vivai, per evitare che finiscano altrove. E soprattutto, i giovani devono giocare. Devono sbagliare, rischiare, crescere.

Eppure gli esempi, anche recenti, raccontano altro. Il progetto Milan Futuro, nato con l’idea di creare continuità, si è ritrovato in difficoltà fino ad arrancare in Serie D dopo una retrocessione: segno che non basta creare una seconda squadra, serve una struttura solida dietro.

E persino un modello virtuoso come l’Atalanta, spesso preso a esempio per il lavoro sui giovani, mostra un limite: a livello europeo resta indietro per utilizzo effettivo di ragazzi in prima squadra come spiegato, ieri, nella trasmissione “The Breakfast Club” in onda su Radio Capital. Il che significa che il problema non è solo “produrre”, ma avere il coraggio di utilizzare davvero.

L’Italia, intanto, ha perso anche l’estro. Nella partita contro la Bosnia gli esterni avversari hanno provato sempre la giocata. Gli italiani no. E questo dice molto più di qualsiasi statistica.

E allora, davvero il problema sono gli stranieri? Difficile sostenerlo. Basta guardare alla Francia o ai paesi sudamericani: i talenti migrano ovunque. Il punto non è quanti ne arrivano, ma cosa siamo ancora in grado di produrre. Se oggi i nostri migliori esempi sono Sandro Tonali al Newcastle o Federico Chiesa relegato in panchina al Liverpool, allora il problema è a monte.

E forse andrebbe rivisto anche il lavoro dei preparatori: le squadre italiane arrivano a primavera scariche, pur giocando un calcio tra i più lenti e meno dispendiosi d’Europa come evidenziato da i dati dell’Osservatorio CIES.

Infine, la Serie A. Portarla a venti squadre ha abbassato il livello medio, ma il vero problema è aver ridotto il rischio di finire in B. Un campionato senza paura è un campionato senza crescita. Un tempo quaranta punti non bastavano per salvarsi, oggi spesso ne bastano poco più di trenta. La soluzione? Alzare la difficoltà: meno squadre o, ancora meglio, più retrocessioni. Perché è la competizione vera che alza il livello, non la protezione.

E poi ci sono i media. Anche qui serve una svolta. Basta “clubizzare” la Nazionale per inseguire click e tifoserie. La storia insegna altro: dall’82 al 2006 fino a Euro 2020, le vittorie sono sempre state il risultato di un equilibrio tra realtà diverse, non di blocchi ideologici.

La verità è semplice, anche se fa male: il calcio italiano oggi è un calcio di seconda, forse terza fascia. Prima lo si accetta, prima si può ripartire davvero. Senza alibi, senza nostalgia, senza sconti anche su fatti passati dolorosi ed ineludibili.

Fatti tutti questi esami e risolti gran parte dei problemi, solo allora, forse, quelle stelle torneranno a brillare.

P.S. se il calcio è davvero della gente, forse sarebbe il caso di introdurre tetti sul costo del biglietto, perché se si continua a chiedere mezzo stipendio per avere tre tagliandi che danno accesso a stadi vetusti e con spettacoli al limite dell’indecente, il rischio di neanche far partire le riflessioni è alto, quasi quanto quello di saltare il quarto mondiale.